Danieli, le condizioni per restare in Friuli
Il presidente della Spa di Buttrio, Benedetti, spiega l’operazione in Serbia. «Un compromesso sui temi energetici ci farebbe rivalutare l’opzione Italia»
BUTTRIO. La Regione Friuli Venezia Giulia ha due o tre mesi per impedire al Gruppo Danieli di sbarcare in Serbia. Almeno sessanta giorni per creare un migliaio di nuovi posti di lavoro in regione. Diciamolo subito: perchè questo avvenga ci vuole un miracolo, visto che il motivo principe che spinge la Spa di Buttrio – come, peraltro, molte altre piccole, medie e grandi imprese – a non considerare l’opzione-Italia è proprio il fallimento del sistema-Paese. Ma Gianpietro Benedetti, presidente del Gruppo Danieli – pur credendoci assai poco – lascia aperto uno spiraglio: «Un compromesso sui temi energetici, potrebbe spingerci a rivalutare l’opzione-Italia».
Presidente ci spiega il progetto di Sabac?
«Tutto nasce da una considerazione: all’Abs produciamo acciaio di qualità che, nel contesto mondiale, ha un valore aggiunto. Valore che comincia ad interessare i concorrenti turchi e quelli dell’Est. Avanzata che, indicativamente, ci da dai quattro ai sei anni di tempo per reagire; tempo che non possiamo sprecare se non vogliamo farci trovare impreparati e se vogliamo restare competitivi. Serve, quindi, un investimento all’altezza, ma nello stesso tempo innovativo, sia per prodotti sia per qualità».
E la Serbia vi garantisce tutto questo?
«Partiamo da una considerazione: oggi produrre acciai di qualità in Turchia costa 70 euro a tonnellata, il 10 per cento in meno che in Italia, da qui l’esigenza di elevare la gamma qualitativa e nello stesso tempo di contenere i costi. Per realizzare un progetto competitivo – l’unico che garantisce la sopravvivenza di un’azienda –, tre o quattro fattori sono fondamentali».
Quali sono?
«Costo dell’energia, logistica e costo del lavoro. Poi ci aggiungo la disponibilità della manodopera: in Italia non si trovano facilmente tecnici e ingegneri, non ne parliamo, poi, se il lavoro è a turni. Ci si deve affidare all’immigrazione qualificata, ma non è così scontato avere permessi. È più facile l’immigrazione illegale di quella legale».
Tutti fattori che hanno fatto pendere l’ago della bilancia verso la Serbia.
«In Serbia siamo stati accolti con il tappeto rosso; abbiamo posto vincoli e le nostre considerazioni sono state ascoltate e accettate dallo Stato. Di più: abbiamo firmato un memorandum d’intesa che congela le nostre richieste».
Ce le elenca?
«Il costo dell’energia, i collegamenti autostradali e ferroviari con i porti, vantaggi fiscali per dieci anni, collaborazioni con l’Università, garanzie per le banche. Tutti punti messi nero su bianco da parte del governo Serbo nel memorandum. Ora noi in base a queste condizioni garantite, e sottolineo garantite, faremo uno studio di fattibilità definitivo. Ci siamo riservati in due o tre mesi di dare una risposta. Ci hanno anche dato un milione 200 mila metri quadrati di terreno a un prezzo interessantissimo».
Ma è vero che state esaminando altre proposte?
«Sì. Lo stesso discorso lo stiamo facendo in Austria e in un altro Paese che, però, preferirei non citare».
Perchè non trattare con la Regione Friuli Venezia Giulia?
«L’ipotesi Abs non è scartata, ma diciamo le cose come stanno: da noi, e non solo in Friuli Vg, l’energia non c’è e se c’è costa anche il doppio rispetto ad altri Paesi. Da quanti anni si parla di realizzare nuove centrali, nuovi elettrodotti? Da quanto tempo si discute del rigassificatore? Potrei parlarle della burocrazia, del cuneo fiscale che raddoppia il costo di un dipendente, della logistica. E, alla fine, ci metto anche il clima poco “friendly”, poco amichevole, nei confronti dell’industria. Un imprenditore non può convivere con questa incertezza, non può sopravvivere in questo sistema. E che garanzie può darci la Regione?».
E se fosse possibile trovare un accordo, quantomeno, sul costo dell’energia?
«Non lo so. Non vedo come. Comunque un simile compromesso sarebbe un fattore che ci indurrebbe a riesaminare l’operazione, sperando che, risolto il costo dell’energia, nel frattempo si possano trovare risposte sulla competitività del Paese e sulle liberalizzazioni».
Cosa pensa dell’operato del governo Monti?
«Monti ha la tendenza ad affrontare pragmaticamente i problemi del nostro Paese. Un lavoro non da poco e, forse, incompreso. Mi auguro ce la faccia, non per noi, ma per l’intero sistema-Paese. Sto assistendo a balletti impietosi da parte del sistema. Scene che lasciano perplessi. Il sistema italiano dovrebbe rendersi conto che così come stanno le cose nessuno, ne italiano ne straniero, investirà mai da noi. Bisogna porre le basi per rendere davvero competitivo e attrattivo questo Paese, ma c’è troppa gente che parla; sono quasi più quelli che parlano degli stessi lavoratori dell’Industria e intanto l’Italia muore lentamente».
Il presidente di Confindustria Udine, Adriano Luci, si è detto molto preoccupato della vostra decisione di aprire in Serbia: che idea si è fatto?
«Non ho letto cos’ha detto Luci, sono all’estero. Ma mi pare di capire che le sue considerazioni riflettano il malessere generale dell’industria».
Luigi Lusi, ex tesoriere della Margherita

